🎾 Non perdere le news sul tennis ogni giorno → Seguici su Instagram 🎾
VAI
La (S)Convocazione del Campione: Sinner, la Davis e il Dilemma tra Patria e Portafoglio

Un Forfait che Sa di Tradimento: Sinner Sceglie Se Stesso, e l’Italia Resta a Guardare

BOLOGNA. (o Malaga, dipende da chi paga di più). L’Italia si prepara per le Finali di Coppa Davis, ma l’aria non è quella euforica dei trionfi passati. Il motivo ha un nome e un cognome che fino a ieri evocavano orgoglio nazionale: Jannik Sinner. Il nostro campione, il ragazzo d’oro che ha riportato l’Italia sul tetto del tennis mondiale, ha scelto di voltare le spalle alla maglia azzurra. Non per un infortunio invalidante, non per un’emergenza familiare, ma per la nobile arte della… preparazione atletica.

Diciamocelo chiaramente, senza i veli ipocriti delle dichiarazioni di rito: questa non è una “scelta difficile ma necessaria per il calendario”; è la cruda, glaciale manifestazione di una nuova era sportiva, dove il brand personale vale più della bandiera.

Sinner, con la serenità di chi ha già intascato milioni in tornei-esibizione (vi dice niente il faraonico Six Kings Slam in Arabia Saudita, giocato giusto per allungare la stagione?), annuncia che la sua priorità è la “preparazione lunga” in vista della prossima stagione. Certo, una settimana in più di riposo o allenamento può fare la differenza tra il Numero 2 e il Numero 1 del mondo. Ma a quale costo, caro Jannik? Al costo di una delusione che, diciamocelo, sa di tradimento.

L’Italia, La Davis e Il Vizio del Campione Solitario

L’Italia, una Nazione che adora l’epica del sacrificio e che si nutre di patriottismo sportivo, si ritrova senza il suo gladiatore proprio nella battaglia in casa (o quasi). Abbiamo vinto due volte la Davis con lui protagonista, e ora che il trofeo è in bacheca, Jannik si sente “sciolto dal dovere”? Come se la maglia azzurra fosse un fastidioso obbligo da ottemperare solo per timbrare il cartellino e non un onore da difendere finché le gambe reggono.

E qui sta il punto divisorio: da una parte, c’è chi lo giustifica, sventolando la bandiera del “tennis è uno sport individuale” e del “deve pensare alla sua carriera, agli Slam, al Numero 1”. Una visione cinica e iper-professionale che riduce l’atleta a una macchina da performance, immune al richiamo della squadra, immune al calore del tifo nazionale che lo ha letteralmente creato.

Dall’altra, c’è la pancia dell’Italia che non accetta questo calcolo ragionato. Siamo la Nazione che ha fatto dell’attaccamento alla maglia un valore quasi sacro. Vedere il proprio campione, nel pieno della sua forma, rinunciare a un evento che si gioca (spesso) sotto casa, in favore di una non meglio specificata “preparazione”, suona come una schiaffo sonoro. È un messaggio chiaro: la mia carriera, i miei record, i miei soldi vengono prima di voi.

La Maschera e il Conto in Banca

Non è la prima volta che un tennista di alto livello snobba la Davis, ma il contesto cambia tutto. La Davis moderna è stata rispolverata e valorizzata. E soprattutto, è stata vinta proprio grazie al suo contributo. E se proprio non si vuole giocare, non si vada poi a intascare milioni di dollari in esibizioni di lusso subito prima. Questo è il cortocircuito morale che irrita: si trova il tempo per un torneo-vetrina ben remunerato, ma non per la Nazionale.

Forse il Presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, e il Capitano Volandri non possono fare altro che accettare e “comprendere”. Ma i tifosi, quelli che hanno riempito i palazzetti e alzato gli ascolti, non sono obbligati a chinare il capo. Possono chiedersi: questo è il nostro eroe? Quello che, al momento della verità, sceglie l’ombra della palestra privata alla luce dei riflettori per il suo Paese?

Sinner avrà pure ragione dal punto di vista del business plan della sua carriera. Ma lo sport, fortunatamente, non è solo un foglio di calcolo. È emozione, identità, bandiera. E oggi, la bandiera è un po’ più ammainata, in attesa che qualcun altro, con meno “preparazione” ma più cuore, ci ricordi cosa significhi davvero giocare per l’Italia.

Prepariamoci a tifare. Ma da oggi, tifiamo anche con un pizzico di amaro in bocca.

Redazione
Author: Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *