Dopo anni di battaglie contro un corpo che lo ha tradito sul più bello, Juan Martín del Potro sembra aver finalmente trovato la serenità. Lontano dalle sale operatorie e dai frenetici ritmi del circuito ATP, il “Gigante di Tandil” è tornato a sorridere durante un evento esibizione a San Paolo, condividendo il campo con amici e colleghi come Diego Schwartzman e Andy Roddick.
Proprio in un momento di riflessione catturato dalle telecamere del vlog del “Peque” Schwartzman, l’argentino ha guardato indietro al suo straordinario percorso. Senza rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, Del Potro ha isolato i tre capitoli che porta nel cuore, offrendo uno spaccato di cosa significhi competere (e vincere) nell’era dei mostri sacri.
Il Podio del Cuore: Rio, la Davis e il Sogno Americano
Non è stato facile scegliere, ma per Juan Martín tre momenti brillano più degli altri per intensità emotiva e significato storico:
- Le Olimpiadi di Rio 2016: “Tornavo dall’infortunio al polso, non sapevo se avrei continuato a giocare”. Il sorteggio gli mise di fronte Djokovic al primo turno, ma quella settimana si trasformò in un miracolo sportivo culminato con la vittoria su Nadal in semifinale e un argento che valeva oro.
- La Coppa Davis 2016: Un successo storico per tutta l’Argentina, arrivato dopo una rincorsa durata decenni, che ha consacrato Delpo come eroe nazionale assoluto.
- Gli US Open 2009: Il trionfo della giovinezza. Nonostante il Roland Garros sia il tempio per gli argentini, Juan Martín ha sempre sognato New York. Battere Federer in finale a vent’anni resta l’impresa che ha cambiato la sua vita.
La Fine della Routine: Cosa Resta del Campione
Oggi Del Potro ammette di non sentire la mancanza della disciplina ferrea e degli allenamenti estenuanti che lo hanno “esaurito”. Ciò che gli manca davvero è il calore degli stadi e la connessione con la gente, quel legame magico che lo ha reso uno dei tennisti più amati di sempre, indipendentemente dalla nazionalità.
Focus Tecnico: La Gestione del Polso e l’Evoluzione del Dritto
La carriera di Del Potro è un caso di studio su come un atleta possa reinventarsi tecnicamente a causa di limiti fisici:
- Il Cambio d’Impugnatura: Dopo i numerosi interventi al polso sinistro, Del Potro è passato da un rovescio a due mani dominante a un uso sistematico dello slice di rovescio. Questo gli ha permesso di proteggere l’articolazione, ma lo ha costretto a una mobilità laterale superiore per poter colpire con il diritto.
- Il “Martello” di Tandil: Per sopperire alla fragilità del rovescio, ha esasperato la potenza del suo diritto piatto. La biomeccanica del suo colpo, caratterizzata da una leva lunghissima e un punto d’impatto molto avanzato, generava una velocità di palla che metteva in crisi anche la fase difensiva dei Big Three.
- Adattamento Tattico: Nelle fasi finali della carriera, Del Potro è diventato un maestro nel “nascondere” il campo, utilizzando il servizio per aprirsi gli angoli e cercare costantemente la conclusione vincente di diritto, riducendo al minimo gli scambi prolungati.
